Come si cura l'emofilia?
Poiché l'emofilia è un disturbo della coagulazione, la terapia standard attuale consiste nella somministrazione del fattore di coagulazione mancante sotto forma di iniezione.
Pubblicato il, 27. marzo 2026
Panoramica delle terapie contro l’emofilia
Oggi, per i pazienti emofiliaci sono disponibili le seguenti terapie:
Oui trovi una panoramica delle diverse modalità di iniezione.
I fattori mancanti non vengono somministrati solo per trattamenti acuti, ma, in base al grado di gravità dell’emofilia, anche a scopo preventivo, ossia per trattamenti profilattici. La profilassi offre benefici ai pazienti con emofilia media e grave, riducendo i sanguinamenti spontanei e i danni articolari a lungo termine.
Oggi, molti pazienti possono quindi condurre una vita con poche limitazioni. Tuttavia, occorre tenere presente che i preparati contenenti fattori della coagulazione devono essere somministrati a intervalli regolari. Ciò dipende dal fatto che il fattore viene metabolizzato dal fegato. La velocità con cui viene eliminato – la cosiddetta emivita – varia da persona a persona e da preparato a preparato. Per stabilire la frequenza di somministrazione, si determina l’emivita del fattore nel sangue. Il video della Società Svizzera Emofilia fornisce una spiegazione chiara dell’emivita.
Una grave complicanza della terapia sostitutiva con fattore della coagulazione è rappresentata dallo sviluppo di un anticorpo, il cosiddetto «inibitore», che riduce drasticamente l’efficacia del fattore somministrato.
1. Le strutture di superficie della proteina P1 consentono il legame con la proteina P2 e quindi lo svolgimento di funzioni complesse. 2. Se una proteina P2 è occupata da anticorpi, non può esercitare le sue funzioni, poiché non è più riconoscibile da altre proteine e non può interagire con esse.
Il sistema immunitario umano è progettato per proteggere l’organismo dai pericoli, in particolare da agenti patogeni come batteri, virus e funghi. Per difendersi da questi invasori, il sistema immunitario ha sviluppato la capacità di distinguere le proprietà di superficie estranee da quelle delle strutture e delle proteine proprie dell’organismo. Quando una proteina estranea viene riconosciuta come tale, le cellule immunitarie producono, attraverso una serie di passaggi intermedi, sostanze di difesa chiamate anticorpi.
Gli anticorpi sono proteine che sono in grado di legarsi in modo altamente specifico a determinate strutture di superficie. Grazie a questo legame, l’organismo può neutralizzare una proteina estranea e facilitarne la degradazione. Questo non accade con le proteine proprie dell’organismo, poiché il corpo umano e il sistema immunitario, nel corso dello sviluppo e della maturazione, apprendono a distinguere tra «estraneo» e «proprio». Nei pazienti con un deficit congenito di un fattore della coagulazione, questa specifica proteina coagulativa è assente o presente in forma alterata (e quindi meno efficace). Di conseguenza, il sistema immunitario non ha imparato a riconoscerla come «propria». Se al paziente viene somministrato il fattore necessario (ad esempio il fattore VIII), può accadere che il sistema immunitario lo identifichi come «estraneo» e produca anticorpi specifici contro di esso.
Nell’emofilia, questi anticorpi sono noti anche come inibitori o anticorpi neutralizzanti. Questi anticorpi specifici possono rendere la proteina di coagulazione introdotta inefficace, meno efficace e/o meno duratura, così che il paziente perde la protezione contro i sanguinamenti acquisita con la somministrazione del medicamento.
Fattori di rischio per la formazione di inibitori
Non tutti i disturbi della coagulazione comportano lo stesso rischio di sviluppare inibitori durante la terapia sostitutiva (somministrazione del fattore mancante). Il rischio è più elevato durante le prime 50 somministrazioni e diminuisce progressivamente fino alla 150ª somministrazione, stabilizzandosi poi su un livello basso e costante.
Per la formazione di inibitori esistono fattori di rischio congeniti, quindi non modificabili, come ad esempio l’origine etnica o la presenza di familiari con inibitori, e fattori acquisiti, che possono essere in parte influenzati e rientrano nella pianificazione terapeutica condivisa tra medico e paziente. Se sono presenti inibitori e il paziente presenta sanguinamenti, è necessario proseguire il trattamento per evitare danni causati dalle emorragie.
Approcci terapeutici
Oggi, in presenza di un disturbo della coagulazione con formazione di inibitori, sono disponibili diverse terapie che permettono di attivare la produzione di fibrina e di riprodurre, quindi, la normale coagulazione del sangue.
Approcci terapeutici in caso di disturbo della coagulazione del sangue (*aPPC = complesso protrombinico concentrato attivato)
Caso 1
Nella coagulazione fisiologica, il fattore VIII, in stretta prossimità con i fattori IX e X, consente l’efficace formazione di fattore Xa. Quest’ultimo è necessario per la produzione di fibrina, che permette al sangue di coagulare.
Caso 2
Se il fattore VIII non è presente o non è attivo a causa del legame con anticorpi, viene meno la stretta interazione tra i fattori IXa, VIIIa e X. Il fattore Xa non viene prodotto in modo efficace, con conseguente inibizione della coagulazione.
Case 3
Con la somministrazione di un anticorpo bispecifico, il principio attivo avvicina tra loro i fattori IXa e X, senza la necessità del fattore VIII. In alternativa, anche la somministrazione del fattore VIIa attivato o in combinazione con l’aPPC (complesso protrombinico concentrato attivato) può provocare la formazione del fattore VIII e garantire, di conseguenza, una normale coagulazione del sangue.
In tutti e tre i casi il fattore Xa viene prodotto efficacemente e la coagulazione del sangue avviene regolarmente.
Esistono strategie per «eliminare» un inibitore dall’organismo: attraverso una terapia specifica, il sistema immunitario viene progressivamente abituato a tollerare il fattore della coagulazione somministrato. Questo approccio è definito terapia di induzione della tolleranza immunitaria (ITI). Si tratta di un trattamento che può durare mesi o anni ed è impegnativo per il paziente. In alcuni casi particolari, quando è presente una forma specifica di inibitore, può essere necessario associare una terapia immunosoppressiva per ridurne la formazione.
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